giovedì 10 luglio 2008

Un filme (quasi) strepitoso

It has been said something as small as the flutter of a butterfly's wing can ultimately cause a typhoon halfway around the world.
Con questa ben nota ipotesi della teoria del caos, comincia The buttefly effect, filme diretto nel 2004 da Eric Bress e Mackye Gruber (entrambi dai non certo brillanti passati cinematografici). Eppure l'idea è tanto pregnante e affascinante che, condita col sempreverde tema dei viaggi (e, soprattutto, paradossi) temporali, non poteva non destare interesse. La parte iniziale conferma i presupposti, offrendo alcuni momenti davvero intensi. Perde un po' di smalto nel seguito, purtroppo, e non sfrutta al massimo le ottime basi che aveva creato. Pure l'idea centrale su cui si basa, e dai cui prende il titolo, è usata in maniera un po' ingenua, anche se forse necessaria.
Tuttavia, anche se avrebbe potuto dare qualcosa di più, continua bene e fornisce uno spettacolo più che gradevole. Insomma, un ottimo filme, anche se non è un'opera straordinaria come forse avrebbe potuto essere.

...

Per la cronaca, di primo acchito volevo scrivere 'strepitosa' invece che 'straordinaria'. Uso affatto ordinario, al punto da essere quasi scontato. Eppure, a buon vedere, non corretto. La logica e la tradizione (che non sempre determinano in assoluto quel che è la buona lingua; ma qualcosina contano) ci insegnano che strepitoso è: 'rumoroso e insistente, fragoroso' (Devoto-Oli dixit)
Il che è abbastanza ovvio dall'etimologia, essendo derivato da 'strepito'.
Qualcuno dirà: chi se ne frega? Chi mi conosce dirà: ohimei, eccolo che ricomincia a parlare di ste (a proposito; meglio scrivere "ste" proprio così, senza apostrofo; sorprendente ma vero) inani questioni linguistiche.
Val forse la pena ricordare che i "grandi eventi", o le "grandi questioni" sono quasi sempre insignificanti. Il vero succo della vita side in ciò che chiamiamo dettagli.
Comunque sia, non è scopo di questo bloggo parlare di lingua. In rete ci sono ottimi (e molti altri meno ottimi...) spazi per discutere di lingua.
Tuttavia, se pure non è il fulcro di queste pagine che, di per sé, hanno finalità e argomenti molto più generali, la questione della lingua non è affatto da trascurare. E se forse non è questo il luogo per scendere nei dettagli, alcune considerazioni sono necessarie ogni qual volta si voglia filosofare, ragionare, o foss'anche (anzi, soprattutto) filosoficare.
Segue, dunque, quanto mi premeva di osservare oggi... e, casomai qualcuno se lo chiedesse, il preambolo filmico era nulla più che un artificio per consentirmi d'introdurre l'argomento; e, casomai qualcuno si domandasse anche questo: no, non ho guardato il filme col fine di usarlo in questo preambolo. Non sono matto fino a tal punto.

Nella lingua, o meglio nell'uso che di essa si fa, constà gran parte della nostra capacità espressiva. Questo dovrebbe essere piuttosto ovvio, ma è un concetto che sfugge spesso e volentieri. Io stesso, pur essendo bilingue da sempre, me ne sono reso conto solo a Londra: ovvero, la prima volta che venivo immerso in una lingua veramente aliena. E meglio ancora più tardi, quando riuscivo a usarla decentemente per comunicare. In tale situazione diventa evidente quanto sia fondamentale padroneggiare bene la lingua per esporre un concetto. Quanti sostengono che il contenuto conta più della forma, sono estremamente superficiali. Non si rendono conto, difatti, che la forma stessa veicola contenuti, e in grande misura.
Torniamo allora a 'strepitoso'. L'uso di questo termine al posto di uno più appropriato è una stranezza che ben si spiega, a mio avviso, con la diffusissima tendenza attuale alla lectio difficilior, che, a sua volta, ben si spiega con le più naturali peculiarità del giornalismo.
E vediamo, quindi, che non stiamo parlando di casi isolati. Infatti, se straordinario cede il passo a strepitoso, così umano diventa umanitario, usare diventa utilizzare, indiano diventa indigeno, e così via.
Qual è il problema? In fondo la parola non è che un simbolo arbitrario associato a un concetto. L'associazione può pertanto cambiare altrettanto arbitrariamente, specie se tutti si capiscono. Non fa una grinza, lo ammetto. Tuttavia, in questo caso si verificano due problemi.
Il primo è la chiarezza. Certo, in genere il contesto basta a disambiguare. Se, ad esempio, in un giornale si legge "strage umanitaria" (sic), è facile intuire che (presumibilmente) il giornalista è scarsamente capace di esprimersi in italiano piuttosto che fautore di genocidi. Forse è peggio quando tra le due parole la differenza è più sottile. Ad esempio, si può usare qualcosa senza utilizzarlo, e distinguere tra i due concetti è molto utile (scusate il gioco di parole).
Il secondo problema, ben più significativo (dopotutto, se ai finlandesi basta il contesto a distinguire tra il presente e il futuro, e talvolta tra il singolare e il plurale, ci possiamo arrangiare un po' anche noi), è che in tal modo si ha un impoverimento oggettivo della nostra capacità espressiva.
Se inizialmente due parole diverse esprimono diversi concetti, con questo processo abbiamo due parole che hanno lo stesso significato. E' un po' quanto succede nei programmi di grafica, quando si passa, ad esempio, da una modalità a 256 colori a una a 16.
Uso il paragone grafico non a caso: sono convinto che le arti visive abbiamo molto in comune con le lingue, e siano utilissime a spiegare chiaramente concetti che, rimanendo in ambito linguistico, sarebbero più sottili e sfuggevoli (e viceversa? varrebbe la pena di rifletterci su).
Dunque, cosa succede se passiamo da 256 a 16 colori? Alcuni punti (pixels, per gli anglofili) vengono trasformati. Quelli che prima erano due sfumature diverse di rosso, adesso sono un colore unico. Beh, certo, l'immagine resta "quella". Rappresenta la stessa cosa, probabilmente trasmetterà le stesse emozioni ecc.
Ma non è difficile capire che la ridotta qualità della stessa qualcosina la implica. Almeno per qualcuno.
Alfine, osservo che tale "morbo" affligge non solo chi parla male, ma tutti. Se anche si avesse buona proprietà della lingua, e si fossero già fatte a suo tempo tutte queste considerazioni, non sarebbe semplice capire se l'interlocutore usa le parole con cognizione di causa o no. Quasi impossibile, invero, se non si conoscesse l'interlocutore. E ciò ci costringe a suppore ch'egli si attenga alle contestabili mode attuali. Implica, cioè, che la discussione passi quasi sempre da 256 a 16 colori.
Insomma, io sarò pure un po' fanatico (a proposito; a chi lo fosse come me segnalo il 'Dizionario enciclopedico delle lingue dell'uomo' di Michel Malherbe, edito da Mondadori; l'ho appena acquistato, ma sembra molto interesaante), ma, senza bisogno di raggiungere questi livelli, meditare un po', di tanto in tanto, male non fa. Meditare prima di tutto sul cosa si dice; e, perché no, sul come lo si dice.

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