sabato 31 maggio 2008

Benvenute, anime prave

Quando si crea qualcosa, il processo creativo si articola in piú fasi.
La piú facile, nonché - solitamente - la prima in ordine temporale, consiste nell’avere l'idea. La parte piú facile, perché tutti hanno idee. Spesso ne hanno di stupide. O apparentemente tali; molte di queste ultime, peraltro, si rivelano essere tra le migliori.
La parte piú difficile è, poi (o prima, talvolta), realizzarle.
E la parte piú difficile nel realizzarle è cominciare. Lo sentiamo dire spesso quando si terminano le fiabe... "stretta è la soglia, larga è la via, dite la vostra ch'io ho detto la mia". E non è un errore di battitura. Si dice(va) proprio ‘soglia’. Anzi, è proprio per una sbagliata trascrizione che oggi diciamo foglia, confusione dovuta al fatto che la grafia delle consonanti 's' e 'f' era in passato molto simile. Poco male, la moderna locuzione suona (a mio modesto orecchio) piú adeguata al contesto. Cosí poco comprensibile è molto piú misteriosa, intrigante... feerica, appunto. Anche se smarrisce il messaggio: una volta varcata la (stretta) soglia, la via si fa larga; ossia, la parte difficile è cominciare. Fatto ciò, il lavoro si semplifica e molto.
Quando poi l'idea da sviluppare non c'è, cominciare è piú arduo che mai. Casomai il lettore se lo chiedesse: sí, è un preambolo contorto per dire che non so che diamine scrivere.
Per inciso, non che le idee non ci siano. Da tempo scrivo un "diario di idee", affatto compatibile con la struttura di un bloggo. Ché, in fondo, il blog non è altro che un registro, o diario (log), in rete (web).
Ma la domanda è: qual è l'idea generale? il filo conduttore sotto cui organizzare le idee piú picciole che ne son parte?
O, formulando la stessa domanda in altri termini, quale può essere un titolo che, in poche parole, esprima il senso di questo spazio.
Ecco, mi pare allora buona cosa partire dal titolo. Checché ne pensiate, un senso ce l'ha. Non nego che è poco perspicuo, e che in italiano sarebbe stato piú chiaro. Ma sarebbe superficiale l'interpretazione che lo considerasse scelto solo perché l'equivalente nell'italica favella era già occupato. Indarno, peraltro.
Interpretazione superficiale per quanto veritiera, invero. Ma che importa? È mestiere della critica trovare connessioni, pensieri, significati nascosti, che magari l'autore non aveva alcuna intenzione di trasmettere. Non che voglia fare il critico, Dio me ne scampi.
Ma in fondo, disse un qualche saggio, qualora il fruitore non scoprisse nell'opera d'arte dei sensi mai immaginati dall'autore, l'opera stessa ha perso di significato.
Affermazione molto bella e callida, anche se dà pericolosamente adito a un relativismo artistico come quello (ahimé) fin troppo diffuso al giorno d'oggi. Mah, pazienza, non è mia intenzione esser querulo.
E, allora, lasciamo pure un alone di mistero intorno a questo titolo. Chi volesse saperne il significato, risolva il rebus(e)!

Direi che può bastare, come introduzione. È vero che non ho detto nulla. Nulla d'intelligente, almeno. Ma che importa? Le introduzioni non son fatte per essere intelligenti. Invero, non saprei dire per cosa son fatte... a me hanno sempre e solo rotto le scatole. Amen.

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