domenica 17 luglio 2011

Paziente ignoto

In questo intervento vi è solo la traduzione e il video di una bellissima canzone, a cui ho scritto una breve introduzione. Vedano pure i miei due lettori se preferiscono leggersi l’introduzione prima o dopo aver visto la canzone e/o la traduzione, o dopo (o non leggerla affatto!)


Al lavoro c’è spesso la radio accesa, e tra i vari (piú o meno validi) successi musicali del momento mi è capitato di sentire un brano che mi ha colpito molto, un testo davvero bello e toccante.

La canzone, il cui testo originale è in finlandese, è di Arttu Wiskari, un autore che si ispira a esperienze personali o comunque vissute da vicino per i soggetti dei propri lavori. Il titolo Tuntematon potilas (paziente ignoto/paziente senza nome) parafrasa quello del romanzo nazionale e l’omonimo filme Tutentamaton sotilas (milite ignoto) che parla della guerra d’invero (o finno-sovietica), svoltasi nel piú ampio contesto della seconda guerra mondiale.

La canzone è invece ambientata ai giorni nostri, in una casa di cura per anziani, e il soggetto soffre di una di quelle malattie terribili che derubano le vittime della ragione, della memoria dei propri cari, trasportandoli in un mondo di incubi e paure, che per i veterani di guerra coincide spesso con i ricordo del conflitto. Il video originale della canzone si può vedere qui: http://www.youtube.com/watch?v=97DwMIf7_lI


Segue un mio (fin troppo modesto, mi pare) tentativo di traduzione dal finlandese. È una traduzione senza pretesa di rendere la bellezza dell’originale, e non so quanto sia riuscito nell’intento (né quanto possa risultare gradevole il solo ascolto della musica e la lettura del testo in differita, senza capire il testo originale), ma ho voluto comunque provarci visto quanto ho apprezzato la canzone.


Traduzione


Tuntematon potilas

Il paziente ignoto

Mun kotiin murtaudutaan joka yö


Mä oon varma et ne on yläkerran jätkät

Kuivamuonatkin ne kaapista syö


Ja tuhkakuppiin jättää Boston-sätkät

Penetrano in casa mia ogni notte,

son certo che c’è lo squadrone di sopra,

anche loro mangiano cibo in scatola

e riempono di cicche i posacenere.

Olen kyllästynyt pelkäämään


Siks nukun pistooli mun tyynyn alla


Sitä tottunut oon käyttämään


Se mua palveli jo rintamalla

Mi sono stancato di avere paura,

cosí dormo con la pistola sotto al cuscino.

Sono ormai abituato a usarla,

già al fronte mi aveva servito.

Stalin valtas tänään Helsingin


Siitä hoitajalle ilmoitin


Ja maastouduin sänkyni alle

tietenkin


Helsinki è oggi caduta nelle mani di Stalin*,

l’ho appena spiegato all’infermiera,

e mi son rifugiato sotto al letto,

ovviamente.

Ne toi taas uuden pillerin

Sen patjan väliin piilotin

Tämä tauti vei järjen vaikka vastaan taistelin


Lei ha portato una nuova pillola,

che ho nascosta tra le lenzuola;

Questa malattia mi ha privato del senno, per quanto l’abbia combattuta.


CHORUS


Kuule mun toive,

mä haluan pois


Eikö aikani täynnä jo ois?


Olen jo nähnyt tämän elämän


Kaiken sain ja vielä enemmän


Kuule mun toive,

mä haluan pois


Eikö aikani täynnä jo ois?


Tahtoisin lähteä kuin sotilas

Terveisin tuntematon potilas


Ascolta il mio desiderio,

io me ne voglio andare,

non è ancora finito il mio tempo?

Ho già visto abbastanza di questa vita,

ho avuto tutto e anche di piú.

Ascolta il mio desiderio,

me ne voglio andare,

non è ancora finito il mio tempo?

Me ne voglio andare come un soldato,

arrivederci, paziente ignoto**.

Viime kerralla kun vaarin näin


Ei se enää mua tuntenut


Kunto romahtanut alaspäin


Raatteentielle takas kadonnut

L’ultima volta che vidi il nonno,

ormai non mi riconosceva piú.

La salute era colata a picco,

era di nuovo disperso nella Raatteentie***.

Sain eilen soiton hoitokodista


Vaari pois on päässyt sodista

Vaikka itken mä uskon


Että vielä me tavataan


Ieri han chiamato dalla casa di cura,

il nonno è stato congedato dalla guerra.

Anche se piango,

credo che ci incontreremo ancora.

Kun sinun arkkua me kannetaan


Poikki kävelemme kirkkomaan


Nyt ymmärrän pyynnön


Joka sai minut suuttumaan

Mentre la tua bara trasportiamo,

e attraverso il camposanto camminiamo,

capisco finalmente la tua richiesta

che mi faceva tanto arrabbiare.

CHORUS


Kuule mun toive,

mä haluan pois


Eikö aikani täynnä jo ois?


Olen jo nähnyt tämän elämän


Kaiken sain ja vielä enemmän


Kuule mun toive,

mä haluan pois


Eikö aikani täynnä jo ois?


Tahtoisin lähteä kuin sotilas


Terveisin tuntematon potilas


Ascolta il mio desiderio,

io me ne voglio andare,

non è ancora finito il mio tempo?

Ho già visto abbastanza di questa vita,

ho avuto tutto e anche di piú.

Ascolta il mio desiderio,

me ne voglio andare,

non è ancora finito il mio tempo?

Me ne voglio andare come un soldato,

arrivederci, paziente ignoto.



* appunto la guerra d’inverno, con la Russia sovietica che ha tentato di annettere la Finlandia

** riferimento al romanzo e omonimo filme Tuntematon sotilas, ma anche alla figura generale del «milite ignoto»

*** La Raatteentie è una strada di collegamento finlandese, dove si è svolta una delle battaglie piú importanti della guerra d’inverno


lunedì 1 marzo 2010

Le lingue e i forestierismi, con particolare attenzione allo strambo caso della lingua italiana

Questo scritto, partendo da alcune considerazioni sulle peculiarità dell'approccio italiano riguardo ai forestierismi, analizzerà in generale il processo che porta le lingue ad assimilare parole straniere, e sul come questo accada. Si esprimeranno poi alcune considerazioni sulla "legittimità" dell'approccio italiano, sulla sua coerenza e sui suoi vantaggi.

Prima di tutto, chiedo scusa per alcune grafie inesatte di termini stranieri (non ho, in questo momento, a disposizione alcuni caratteri necessari). Nell'indicare la pronuncia di alcune parole, inoltre, ho usato una trascrizione molto rozza, estremamente indicativa, che potrebbe anche condurre a sbagliate interpretazioni. Questo è dovuto sia alla mancanza di simboli suddetta, sia alla non "tecnicità" di quanto scrivo, trattandosi piuttosto di estemporanee riflessioni che di un trattato con una qualsiasi valenza scientifica.


Parlando di forestierismi, e di come ci si rapporti alle parole straniere nelle varie lingue, e principalmente in italiano, vi sono diverse considerazioni da fare.
Com'è noto, generalmente in italiano si tende ad adoperare parole straniere nella loro forma originale, giustificando tale abitudine (laddove richiesto) con le considerazioni piú disparate.

In generale i forestierismi hanno ragioni d'essere diverse, e una riflessione sui prestiti e sui "viaggi" che le parole fanno attraverso le lingue necessariamente prende in considerazione solo parte di essi. Questo brano prende spunto, in particolare, da un'uso dei forestierismi diverso da quello (purtroppo pure piú diffuso) dovuto a quello snobbismo linguistico (che personalmente trovo molto stupido) tipico degli italiani, che infarciscono i discorsi di parole inglesi per sembrare piú cool, o young, o quant'altro.

Questa riflessione nasce dalle interessanti considerazioni riguardo a una categoria specifica di forestierismi, come cognac e champagne. In tal caso mi è stato fatto notare che è sensato adoperare i nomi originali (cosí come si fa, ad esempio, con i nomi propri). È vero che si potrebbe sostenere che l'uso italiano ha piú senso dell'uso, generalizzato, di adattare le parole alla propria lingua. In fondo, si potrebbe dire, trattandosi di denominazioni specifiche di prodotti stranieri o di regioni straniere, non è persino assurdo italianizzare (o, in genere, adattare)?
Questo discorso ha però dei grossi limiti, dovuti a fattori che interessano tutti i forestierismi. Nel seguito, quindi, non mi limiterò al caso citato, quanto piuttosto divagherò (tendo sempre a divagare, chi mi legge lo sa) sui forestierismi in generale.

Detto questo, posso cominciare la mia argomentazione.

L'uso di forestierismi, qualunque sia la ragione che si adduce per usarli, è in ogni caso problematico. In generale, infatti, un atteggiamento simile richiederebbe ai parlanti il possesso di una cultura linguistica mostruosa. Il costringersi ad adoperare i termini originali costringe infatti chi parla (o scrive) ad acquisire una conoscenza di altre lingue per poter parlare correttamente la propria: dovrà infatti imparare la corretta pronuncia e ortografia delle varie parole, oltre che il loro esatto significato. E se pure è vero che in genere i forestierismi di uso comune ci vengono dall'inglese, dal francese o da poche altre lingue, non è da considerarsi ovvia una tale capacità.
Non sono il peggior sprovveduto in fatto di lingue e linguistica (parlo due lingue nativamente, posso comunicare decentemente in altre tre, e qualche studio di base sulla linguistica e sulla struttura di varie lingue l'ho fatto), eppure ciò non basta nemmeno lontanamente: spesso non sono certo di come un certo termine si debba scrivere o pronunciare correttamente.
Mi domando quanto debba essere difficile per chi non ha un interesse particolare per le lingue. E questo si applica sicuramente a un paese come l'Italia, dove la maggior parte delle persone conosce solo l'italiano (e nemmeno troppo bene), ma anche in paesi con una cultura linguistica molto maggiore come la Finlandia – dove oltre al finlandese la popolazione ha un contatto abbastanza esteso sia con lo svedese (seconda lingua ufficiale, insegnato a scuola), sia con l'inglese (è insegnato a scuola ma, soprattutto, i filmi e i programmi televisivi non sono doppiati).
Cionnonostante non basta, mai. Può sempre spuntare un forestierismo di una lingua sconosciuta, e in conclusione, o non si sa che pesci pigliare, o ce ne freghiamo e si scrive o pronuncia come capita.
E, di là da considerazioni estetiche, il problema principale nell'uso di forestierismi è proprio questo: nessuno ha una conoscenza linguistica talmente vasta da potersi esprimere correttamente in questo modo. Non per nulla dilagano grafie assurde (tanto per rimanere ai francesismi, roba come "trans" per "trance" o "bordeux" per "bordeaux"), pronuncie ridicole o sbagliate (se in francia stage lo pronunciamo "steig"[steidz], come moltissimi fanno credendola una parola inglese, chi ci capirebbe? E se lo facessimo in Inghilterra, capirebbero ancora di meno visto che la parola, pronunciata cosí, significa "fase", "tappa" o "palcoscenico", non "tirocinio"), espressioni sciocche (ad esempio "fungo champignon", che significa "fungo fungo"), e una gran confusione semantica (nei fori, in rete, ad esempio, si è soliti usare topic, thread e post invece di corrispondenti parole italiane; il problema è che la stragrande maggioranza degli utenti, a digiuno di inglese, non capisce bene il significato dei termini e li scambia come se fossero la stessa cosa quando hanno significati ben distinti, che a un anglofono sarebbero tanto lampanti quanto per un italiano è ovvio che "argomento" e "intervento", corrispondenti a "topic" e "post" rispettivamente, non sono la stessa cosa).

Ritornando al caso dei nomi di prodotti tipici o di regioni (Champagne è il nome della regione francese in cui viene prodotta la bevanda, che in Italia appunto si chiama Sciampagna), perché mai, estendendo questo ragionamento, non si dovrebbe cominciare a usare le forme originali di Londra, Monaco, Praga, o anche dei paesi, o dei personaggi storici? A me sembra invero piuttosto incoerente dover dire hamburger (letteralmente amburghese), quando poi diciamo Amburgo invece di Hamburg.
Ma il fatto è che non si può, semplicemente perché nessuno può conoscere tanto approfonditamente cosí tante lingue. E, in conclusione, l'unica soluzione coerente è usare adattamenti locali, senza alcun bisogno di vergognarsene punto.

Una domanda frequente è come mai "cognacco" o "amburghese" suonano ridicoli, mentre "bistecca" (al pari di moltissime parole di origine straniera, da "albicocca" a "canguro", da "noia" a "guado") è comunemente accettato? Nel caso italiano, personalmente ritengo che succeda per il semplice fatto che la maggior parte delle persone ignora l'origine di bistecca, e non si farebbe molto scrupolo a usare l'anglicismo crudo se lo conoscesse. Ma questo non ha molta importanza.

Invero, sul concetto di ridicolo non è che si possa dire molto di sensato, ed è vero che sovente l'unica soluzione è quella di affidarsi al giudizio collettivo di una comunità... il problema è, di quale comunità si parla? Io mi sento parte della comunità italiana quanto di quella ceca o finlandese, e in generale europea. Per questo ho un senso del "ridicolo" profondamente diverso da tutti quelli delle varie comunità specifiche. È sbagliato? Il concetto di ridicolo, per la verità, spesso non è altro che "insolito", o "diverso", e tende a ribaltarsi tra una comunità e un'altra. Trovo che l'umanità, ormai, dovrebbe cominciare a superare queste distinzioni campanilistiche, e rendersi conto che il mondo è talmente straordinariamente vario (e bello), che ciò che è diverso è semplicemente diverso. Il che non significa né brutto né ridicolo. E questo invero è tutto il punto del mio discorso. Si parli come si vuole, ma perché ci si dovrebbe sentir dire che si parla in maniera ridicola se si fa qualcosa di diverso dalla maggioranza? Tra l'altro, appunto, se consideriamo un arco di tempo e di spazio maggiore, la maggioranza del popolo italiano odierno costituisce una minoranza fin troppo insignificante rispetto all'insieme dei vari popoli che hanno abitato e abitano il mondo; ha quindi senso mettersi a stabilire chi ha "ragione" e chi no in questo modo?

In alcuni casi è vero che non ci sono parole italiane adatte a rendere dei concetti che ci provengono dall'estero (ma il piú delle volte questo dipende proprio dal fatto che non si vuole fare lo sforzo di crearli; la società dei cruscanti, di cui potete visitare il fòro qui , sia per curiosità o dubbi riguardo ai forestierismi sia per quanto riguarda la lingua italiana in genere, ha preparato, ad esempio, una lista di possibili traducenti per vari termini stranieri, dai piú noti ai piú tecnici). Il piú delle volte, però, ci sono, e proprio per via dello snobbismo di cui si è detto sono ignorate (sia nel senso di non considerate, sia nel senso di non conosciute). "Marketing", ad esempio, ha l'equivalente italiano "mercatistica" (che però pochi conoscono), cosí come "sport" in italiano è "diporto" (per la verità il termine inglese "sport" deriva proprio dalla parola latina che in italiano genera "diporto", attraverso la sua forma francese; in ispagnolo e in portoghese, non per nulla, abbiamo "deporte" e "desporto").
Parole ridicole? Dipende dai punti di vista, al solito. Tornando al concetto di maggioranza, sono molti di piú i parlanti di portoghese o spagnolo che italiano, quindi...

Parlando di punti di vista, è molto interessante ribaltare la questione. E invece di considerare le parole straniere infiltratesi in italiano, considerare le parole italiane adottate in altre lingue. Questa riflessione nasce, infatti, quando mi è stato fatto notare che esistono parole italiane rimaste identiche in alcune lingue straniere.
È vero in parte: è vero infatti che esistono parole italiane penetrate in altre lingue. Non è vero, però, che siano rimaste identiche (questo è impossibile e non può, per definizione, accadere in nessuna lingua, come vedremo).

Un esempio è "orchestra", che nelle varie lingue diventa "orquestra", "orkesteri", "orchestr", "orkestre", "orkestar", e chi piú ne ha, piú ne metta. Però è vero che ci sono parole, come "maestro" che subiscono flessioni minori e, in effetti, rimangono identiche o quasi.
Per spiegare bene questo, bisogna fare un po' il punto sul come le parole straniere vengono assimilate dalla lingue. Questo avviene tramite tre fasi.


1) Scelta della parola: bisogna, prima di tutto, verificare se la parola straniera è necessaria, oppure no. Ovvero, se esiste (o può essere creata) una forma autoctona già perfettamente sufficiente a esprimere il concetto, e se si vuole usarla. Le varie lingue possono avere atteggiamenti diversi riguardo a questo aspetto, e in un certo senso si possono individuare risposte piú o meno forti. Una concetto come "computer", ad esempio, potrebbe essere creato come calco – ne sarebbe un esempio "calcolatore" o "computatore"; fa cosí il ceco con "pocitac" (letteralmente "calcolatore"), lo spagnolo "computadora", il portoghese "computador" –, oppure coniando un nuovo termine apposito – ad esempio "ordinatore", come nel francese "ordinateur", oppure "macchina dell'informazione", come nel finlandese "tietokone", da "tieto" (sapere, informazione) e "kone" (macchina).
Il piú delle volte esiste una possibilità di esprimere un concetto in maniera autoctona. Il farlo o no dipende piú spesso dall'atteggiamento dei vari popoli. Alcuni popoli introdurranno un forestierismo anche laddove sarebbe facilissimo usare un termine proprio o coniarne uno, come dimostrato dal fatto che lingue dalla struttura molto simile lo hanno adottato. La struttura di una lingua, pertanto, non influenza granché la decisione se coniare un termine a partire da elementi indigeni o adottare un forestierimo. Naturalmente ci sono delle eccezioni. In Cina, ad esempio, da sempre l'infiltrazione dei forestierismi è ridottissima, e si preferisce coniare un nuovo termine a partire da due concetti (o sillabe, visto che il cinese è una lingua monosillabica) preesistenti. Naturalmente questo dipende, in parte, da fattori culturali, ma è sicuramente favorito dal fatto che i cinesi usano gli ideogrammi, e che ogni ideogramma rappresenta un concetto piuttosto che una pronuncia. Il piú delle volte, pertanto, è addirittura impossibile scrivere in cinese un forestierimo. Cosí i cinesi hanno da sempre coniato nuove parole per composizione, cosí per parole antiche ("contraddizione" si dice letteralmente "lancia-scudo", "porto" è "vomita-ingoia"), come per parole moderne ("telefono" è "elettricità-suono", "televisione" è "elettricità-vista").

2) Assimilazione fonetica della parola: laddove si decide di adoperare un forestierismo, una parola viene omologata alla fonotassi della lingua che la accoglie. Questo procedimento accade sempre, consciamente o inconsciamente. La ragione è molto semplice, e inevitabile. In generale, infatti, il parlante di una lingua è capace di seguire solo la fonotassi della propria lingua materna. Questo comporta che certi suoni debbano inevitabilmente trasformarsi quando i forestierismi penetrano una lingua, fino a seguire una forma naturale per il parlante.
Qualche esempio: in finlandese non si sente la differenza tra consonanti sonore o sorde (si avverte poco o per niente, cioè, la differenza tra "p" e "b", o tra "t" e "d", o tra "k" e "g"). Ed è cosí che "gold" diventa "kulta", "bank" diventa "pankki".
Questi esempi ci mostrano un'altra peculiarità del finlandese, che è condivisa con l'italiano: la (quasi) impossibilità di avere terminazioni in consonante. È per questo motivo che in italiano abbiamo "zucchero" (cosí come in finlandese abbiamo "sokeri") a partire dall'arabo "sukkar", diversamente dalla maggior parte delle altre lingue, che non si pongono problemi a terminare la parola con "r" (es: inglese "sugar", polacco "cukier", spagnolo "azúcar")
Un altro esempio è il giapponese: i giapponesi sono incapaci di pronunciare nessi consonantici complicati, e non hanno la "r" e la "l" bensí un suono unico, solitamente trascritto con "r". E cosí abbiamo "Itaria-jin" (italiano, dove "jin" è una particella per indicare la nazionalità; letteralmente significa "persona"), "hirumu" da "film" (la trasformazione di "f" iniziale in "h" è un altro fenomeno frequente), "gurinpisu" da "greenpeas".

Si noti che questo processo non accade necessariamente per tutte le parole. Non si tratta, infatti, di un conscio desiderio di trasformare una parola. È semplicemente esigenza linguistica, che si manifesta laddove ce n'è bisogno. Possono esistere parole straniere prive di suoni "alieni", nel qual caso sono introdotte tali e quali. "Sauna" è una parola straniera, ma in italiano è rimasta identica in quanto non presenta nessun suono insolito. Allo stesso modo il ballo "tango" resta tale e quale, in quanto si adatta già perfettamente al sistema fonetico italiano (tant'è vero che in italiano "tango" esisteva di già, come coniugazione del verbo tangere o col significato di colore rosso). Questa è la ragione per cui, effettivamente, alcune parole italiane penetrate in lingue straniere sono rimaste (quasi) identiche. Parole come "maestro", "forte" o "bravo" presentano ben poche difficoltà alle lingue che le adottano (ma non si sa mai: giusto ieri, in una serie televisiva americana, mi ha fatto sorridere il fatto che un uomo di nome Giuseppe veniva chiamato piú o meno giousepi). In generale, anzi, le parole italiano subiscono poche deformazioni proprio perché il nostro sistema fonetico è molto semplice, e raramente le lingue straniere vi incontrano suoni alieni (solitamente avviene per "gn" e "gl", che infatti sono pronunciati con la "g dura"). Ciò non toglie che vi siano delle alterazioni, fosse anche solo dal punto di vista dell'intonazione o del posizionamento dell'accento tonico.

3) Assimilazione grafica della parola: l'ortografia della parola si trasforma di conseguenza, in base alla pronuncia trasformata. Questo avveniva, in passato, dopo l'assimilazione fonetica, e per questo i prestiti piú antichi rispecchiano maggiormente la pronuncia trasformata, mentre i prestiti moderni, talvolta, introducono eccezioni nel sistema ortografico della lingua. Oggi, infatti, la maggior parte delle parole straniere ci arrivano direttamente tramite forma scritta (per via della maggior alfabetizzazione e, soprattutto, per la diffusione delle reti informatiche). In ogni caso le varie lingue (a parte l'italiano) tendono a rispettare la propria fonetica e la propria ortografia. Abbiamo visto, ad esempio, che i polacchi scrivono "cukier" per "zucchero", per il fatto che nel loro sistema ortografico "c" si pronuncia piú o meno come la nostra "z" sorda. I sistemi ortografici variano in maniera estremamente complessa da lingua a lingua. Accade cosí, ad esempio, che i giapponesi non solo non abbiano alcun pudore a non pronunciare il nome di Brad Pitt con perfetto accento americano... ma il fatto di adoperare un sistema sillabico fa sí che scrivano esattamente come lo pronunciano: "Buraddo Pitto".
Ma anche con lingue che usano lo stesso alfabeto vi sono profonde diversità. Abbiamo visto che il polacco (e in genere le lingue slave che adoperano l'alfabeto latino) usano "c" per la nostra "z", il tedesco usa "w" per "v" e "v" per "f", molte lingue usano "k" per il nostro suono "c dura". E cosí via.
Cosí in polacco abbiamo "komputer" e in somalo "kumbuyuutar", e in genere possiamo trovare il concetto sotto forma di "kompüter", "kompjuter", "kompyuter" e cosí via (non per nulla è assurda l'idea, tutta italiana, che sarebbe ridicolo scrivere compiuter, visto che cosí lo pronunciamo).
Ci sono poi lingue come l'inglese, che, invece, usano un sistema ortografico etimologico (che in un certo senso è anche piú complicato degli ideogrammi cinesi). Ovvero non esiste alcuna associazione tra come una parola viene scritta e come viene pronunciata. È vero, quindi, che in inglese troviamo "orchestra", "maestro", "spaghetti" e chi piú ne ha piú ne metta (anche se alcune parole, nonostante tutto, sono alterate, come "pepperoni", "quatro stagioni", o "maccaroni"). Ciò non significa che tali parole, in inglese, siano rimaste identiche! Anzi, gli inglesi sono probabilmente tra quelli che deformano maggiormente tali parole (sono notoriamente i piú "impediti" nell'apprendere lingue straniere o impararne i suoni).


Detto questo, cos'è che succede in italiano? I primi due passaggi sono fondamentalmente gli stessi, ma vediamoli piú precisamente.
Al punto 1, si ha una netta preferenza a introdurre parole inglesi non solo quando si potrebbero creare facili corrispettivi italiani, ma si tende a sostituire le parole italiane con quelle inglesi anche laddove esistano già parole italiane corrispondenti. Mi è rimasta in mente una pubblicità di una rivista per ragazzine, sentita in tv tanto tempo fa, pressappoco: "il magazine piú fashion che parla di tutti i trend piú cool. Nel numero di questo mese il test per scoprire se con il tuo boy è vero love", e via cosí... ora, sarebbe pure normale e innocuo se cose del genere fossero limitate a un giornale per "teen-ager", ma la verità è che anche negli ambienti piú seri ci si esprime allo stesso modo, a partire dal mondo informatico, passando per l'economia, per finire alle quotidianità della vita in azienda. Ad esempio, qualche anno fa ho lavorato in una compagnia assicurativa; in seguito a un "summit" (pronunciato con la "a", naturalmente, per quanto sia in realtà una parola latina e non inglese), i dirigenti ci avevano comunicato che il nostro ruolo non si doveva piú chiamare "promotore libero", in quanto era diventato "Junior sales member". Contenti loro...
Come ultima peculiarità, l'italiano ha la caratteristica di adottare pseudo-anglicismi come footing o happy end, che non esistono in inglese (rispettivamente jogging e happy ending). Questi però sono fraintendimenti (magari anche inconsci) che si possono verificare anche in altre lingue.

Al punto 2, adattiamo le parole alla nostra fonotassi come fanno tutti. Il problema, in questo caso, è che la fonotassi italiana è, in genere, qualcosa di molto diverso dalla fonotassi degli italiani. Per la maggior parte degli italiani, infatti, l'italiano "ufficiale" è una sovrapposizione al proprio dialetto, e la fonotassi nativa è molto diversa tra un torinese, un siciliano, un fiorentino, un romano e un milanese. Mi è stato detto che "non si può" mica italianizzare "stop", visto che "stoppe" si sente solo in romanesco... beh, nulla di cui sorprendersi. Semplicemente nella fonotassi genuina dei romani pronunciare "stop" è difficile o impossibile. Non succede solo a Roma. In Toscana è lo stesso, e sono in molti a dire "stoppe". Cosí come dicono "il compiute". Un mio collega, nella stessa compagnia assicurativa di cui sopra, addirittura regolarizzava il plurale, dicendo "i compiuti" invece che "i computer(s)".
Ridicole deformazioni provinciali? Ma in realtà l'italiano "ufficiale", che altro non è che l'evoluzione del dialetto fiorentino, presenta esattamente lo stesso fenomeno, ovvero di non terminare le parole in consonante (esclusi alcuni casi particolari). Che bisogno c'è di vergognarsene?

Il punto 2, pertanto, viene applicato. La sola differenza è che non ci se ne rende conto, principalmente per via della scarsa conoscenza dei termini stranieri che si usano. Solitamente infatti, nonostante la pretesa di usare i termini "originali" adoperiamo parole tanto storpiate che un inglese o un americano (o un francese, nel caso dei francesismi) non sarebbe neanche in grado di capirci. E, questa, per quanto mi riguarda, è una delle ragioni principali per cui è negativo adoperare forestierismi, in quanto introduce confusione e grandi difficoltà nell'apprendimento delle lingue straniere. Per esperienza personale, posso dire di avere avuto difficoltà nell'imparare l'inglese, quando mi mi sono trasferito a Londra, anche perché i forestierismi in italiano mi avevano indotto a false conoscenze.

Il punto 3, per l'italiano, è controverso. La stessa pretesa di usare le parole "originali" fa sí che, nonostante l'adattamento fonetico, si cerchi di mantenere la grafia originale. Questo processo è evidente, peraltro, persino in parole italiane con doppia grafia, come obiettivo/obbiettivo e musulmano/mussulmano. In questi casi, le grafie sono entrambe lecite, e una rispecchia maggiormente l'etimologia della parola (obiettivo e musulmano), laddove l'altra rispecchia maggiormente la fonotassi italiana e un'ortografia coerente (obbiettivo, mussulmano). Tuttavia spesso si sente dire, soprattutto nel caso di "mussulmano", che la forma piú italiana è sbagliata (sic!) e che si può usare solo la grafia piú "etimologica" (peraltro, personalmente trovo che la grafia "musulmano" sia assurda, in quanto se proprio si volesse rispecchiare l'etimologia si dovrebbe scrivere "muslimano"; ma de gustibus...)
Questo non ha alcun senso. O meglio, non ne ha in italiano. Il nostro sistema ortografico è sostanzialmente fonetico (ovvero a una lettera corrisponde un suono, nonostante le varie eccezioni). In inglese si adopera un'ortografia etimologica, quindi loro "possono" far cosí.
Per noi è assurdo, e basta. Non è che nel caso dell'inglese sia una cosa molto intelligente, in ogni caso...
Capita spesso, nei filmi americani, di vedere che nelle scuole vi sono gare di "spelling". Personalmente mi ero chiesto spesso che senso avessero. Il fatto è che, quando i filmi in oggetto sono doppiati, non si riesce proprio a capire cosa ci sia di miracoloso quando i ragazzi interpellati riescono a dire correttamente che "muscolo" si scrive "m-u-s-c-o-l-o". Insomma, basta sapere leggere e scrivere, no?
Se però si ascolta l'originale in inglese, ci si rende conto che, in effetti, non è mica ovvio che "massol" (si pronuncia piú o meno cosí) si debba scrivere "m-u-s-c-l-e". Forse neanche cosí, per noi italiani, sembra difficile. In fondo, noi sappiamo come si scrive "muscolo", e in generale non abbiamo difficoltà nello scrivere le parole italiane (proprio perché abbiamo un'ortografia di tipo fonetico), e il vocabolario inglese è composto per circa 2/3 da parole latine, quindi con la stessa origine. Ma un anglofono – o, peggio ancora, per un parlante di lingue non latine che studia l'inglese come lingua straniera –, che in genere non conosce l'italiano o il latino, come si spiega il fatto che scrivendo una parola che si pronuncia "massol", dopo la M (questa è ovvia) deve scrivere una "u" (è vero che la "u" in inglese a volta si pronuncia "a", ma non sempre, e quella "a" potrebbe essere resa con altre lettere)? E che dopo la S (anche quella è ovvia), dev'esserci una C (che non c'è proprio nella pronuncia)? E che ci vuole una "e" finale?
Non se lo spiega, deve impararlo e basta. Per questo nelle scuole anglofone ci sono le gare di "spelling", ché non è nulla di ovvio né logico. E per questo, quando vivevo a Londra, spesso i miei conoscenti di madrelingua inglese venivano a chiedere a me come si scrivesse una certa parola (persino nei primi tempi, quando parlavo talmente male l'inglese da essere messo in crisi quando un mio coinquilino mi chiese "come va?")

Un sistema del genere presenta molti svantaggi, e nessun vantaggio. Insomma, gli americani saranno pure ganzi quanto vogliamo (anche qui, de gustibus...), ma ci conviene davvero darci la zappa sui piedi e scimiottare la loro ortografia astrusa piuttosto che tenerci la nostra, che è tanto semplice e (fondamentalmente) precisa? Che male ci ha fatto?

martedì 26 agosto 2008

Sulle traduzioni

Qualcuno sembra (più o meno tacitamente) sostenere che una lingua valga l’altra. Con ciò non intendendo che siano pari per capacità espressiva, difficoltà, bellezza o altro, bensì che esprimere un concetto con l’una o con l’altra sia indifferente. Questo rivela una drammatica ignoranza dell’essenza intima della lingua o, quantomeno, delle lingue straniere.

D’altronde, come brillantemente sottolineava Goethe, chi non conosce le lingue straniere non sa nulla della propria.

Molti (che, appunto, scarsamente conoscono le lingue) sostengono che la forma espressiva sia poco importante. E che, insomma, c’è da curarsi poco di come si esprime il concetto perché, appunto, la cosa importante è il mero contenuto. Lungi da me il sostenere la gerarchia contraria, e che, cioè, la mera forma sopperisca a carenze contenutistiche, è però necessario precisare la funzione “artistica” del linguaggio.

E farò questo con un paragone, a mio avviso, molto chiaro.

Ma partiamo da una definizione, quella di “parola”. Che cos’è una parola? Dando una scorsa ai dizionari troviamo, pressappoco, che la parola «corrisponde a una “immagine di una nozione o di una azione”». Un’immagine, dunque... prendiamolo più alla lettera, ed ecco che mi viene spontaneo il paragone, che accennavo, con un disegno.

Chi adopera una parola disegna, con la sola differenza che utilizza suoni invece che matite. Perciò, mi pare, diventa del tutto evidente di quanto sia spesso travisato il rapporto tra forma e contenuto in un discorso.

Perché per rappresentare un’azione, un concetto, o quant’altro si volesse trasmettere, esistono molteplici modi. E l’unicità della nostra rappresentazione dipende proprio dal particolare connubio forma-concetto che abbiamo stabilito. Se io faccio un primo piano di una donna pensierosa e dall’enimmatico sorriso, non necessariamente ho fatto una copia della Gioconda. Così come i celebri ritratti di Andy Warhol non sono mere moltiplicazioni di un solo “disegno”, bensì sono una composizione di immagini che, pur avendo un solo modello di base, sono affatto distinte.

Cambiare le parole di un discorso non è operazione irrilevante, bensì della massima importanza. Ed è tanto più rilevante quanto è importante il discorso. Perché, ovviamente, il danno è tanto maggiore quanto più alta è la qualità artistica del soggetto originale.

Diventa quindi del tutto ovvio il danno che subiscono le opere nel venire trasposte in lingue diverse. Certo, non sempre è possibile (o facile) vedere un filme in lingua originale, oppure leggere un’opera letteraria nella sua favella natìa.

Il cambio di favella genera una cosa del tutto diversa. Banalmente “man” e “uomo” non sono la stessa cosa. Cambia, prima di tutto, il suono. Cioè la materia con cui realizziamo il disegno.

Ma, soprattutto, le parole hanno una qualità spesso trascurata, che manifesta con chiarezza il ben più grave danno creato da una traduzione.

Una parola esprime un concetto tramite un’immagine. Ha quindi due valori: il significato “effettivo”, cioè il concetto che, in effetto, rappresenta; e il significato “letterale”, cioè il modo (o meglio, l’immagine) con cui cerchiamo di trasmettere quel concetto a partire da elementi di base.

Prendiamo il celebre “viandante sul mare di nebbia” di Friedrich. Il significato “letterale” è: “uomo di spalle che osserva un paesaggio montagnoso pervaso dalla nebbia”. Capirà chiunque che questo non è il significato “effettivo” che l’artista desiderava trasmettere. E che il viandante è, ad esempio, un mezzo espressivo con cui il pittore rappresenta solitudine, introspezione, la grandezza della natura contrapposta alla picciolezza umana.

Arriviamo finalmente a un esempio che ci interessa. Prendiamo la parola italiana “sedurre”, e un suo equivalente ceco: “vábit”. Il significato “effettivo” è lo stesso. Cambia però il significato “letterale”. Il concetto, cioè, della seduzione, è nelle due lingue rappresentato da una differente immagine. La parola italiana, composto di “se-“ e “ducere” ci dà l’immagine di un’attività diabolica, dove si (con)duce la vittima via (“se- “ sta per “via”, “a parte”). Il significato “letterale” di sedurre è quindi distogliere qualcuno dalla via che segue (in genere, la retta via). E’ dunque seduzione ciò che il serpente mette in atto nei confronti di Eva, tanto per fare il più banale degli esempi. Prendiamo ora il termine ceco, che deriva da una forma più antica il cui significato “letterale” è “avvicinare tramite un richiamo per uccelli” (che, a sua volta, è apparentato con una voce gotica che spazia tra “chiamare” e “urlare/strillare”, da cui è poi derivato l’inglese weep “piangere”). In tutti e due i casi, insomma, c’è quasi l’idea di una trappola tesa. Il concetto di sedurre, in fondo, è quello di adescare, attirare qualcuno in un punto preciso (in genere, a sé).

Ma immaginiamo di avere due dipinti: nel primo Eva viene convinta dal serpente a prendere la mela. Nel secondo la stessa Eva, vagante per un bosco, guarda incuriosita il punto da cui proviene il dolce canto d’un augello, emesso dal richiamo d’un cacciatore, e sta per avvicinarvisi.

Stiamo guardando lo stesso quadro? Io credo di no.

E se pure (ovviamente) li accomunerei, non direi di vedere lo stesso disegno guardando un’immagine in cui un uomo, allontanatosi troppo dalla riva, non arriva più a toccare il fondale, e un’altra in cui lo stesso (o un altro, che importa) uomo si allunga per raggiungere una sporgenza che, tuttavia, è troppo in alto affinché possa arrivarci.

Eppure non è forse “out of my depth” una traduzione più che valida per “non essere all’altezza”?

Sì, cambia l’”aspetto”, l’immagine sonora. E questa è la cosa più evidente. Chiunque capisce che c’è un abisso tra i celebri versi che aprono la Comedìa dantesca e questi altri:

En medio del camino de nuestra vida
me encontré por una selva oscura,
porque la recta vía era perdida.
¡Ay, que decir lo que era es cosa dura
esta selva salvaje, áspera y fuerte,
cuyo recuerdo renueva la pavura!
Tanto es amarga, que poco lo es más la muerte:
pero por tratar del bien que allí encontré,
diré de las otras cosas que allí he visto
.

Casomai non fosse abbastanza evidente, vista la relativa simiglianza delle due lingue in oggetto, mi va d’esagerare riportando ancora questi:

Midway in the journey of our life

I came to myself in a dark wood,

for the straight way was lost.

Ah, how hard it is to tell

the nature of that wood, savage, dense and harsh

the very thought of it renew my fear!

It is so bitter death is hardly more.

But to set forth the good I found

I will recount the other things I saw.

Tuttavia, come più sopra dicevo, per chi conosce un certo modo di rapportarsi alla lingua c’è molto più delle sole musicalità, suono e rima in gioco. Si parla di un impatto artistico del tutto differente, di una differenza abissale. La danza visiva che, pian piano, si genera davanti agli occhi dell’esteta avvezzo a delibare in tal modo i linguaggi viene totalmente modificata. Mi rendo conto che si parla di un approccio quasi fanatico, di certo complesso, vagheggiante e del tutto inutile. Del resto, queste sono caratteristiche di ogni approccio estetico come si deve.

Pertanto, al pari del sommeliere che degustando un vino suscita un poco d’ilarità tra gli astanti, nell’adoperare bizzarre terminologie e orgasmando su di un liquido rossastro che ai loro occhi ha poco o nulla di diverso da qualsiasi altro, ma s’alletta d’un piacere profondo e squisito, alle orecchie di qualcuno ci sarà sempre un oceano tra l’essere al verde e l’essere rotti (“broke”).

Concludo citando le parole d’una persona che reputo molto savia e degna di stima:

INVECTIVA CONTRA TRANSLATIONEM

L'artista è pari a un sacerdote. Così come del secondo tra gli scopi più nobili sta quello di congiungere nell'amore l'uomo e la donna che voglion coronarlo, del primo la più alta funzione consiste nell'unire in sposalizio eterno lo spirto maschile, ch'è il concetto, con quello femineo, ch'è la forma, prendendo quella propria della sua arte. Ed ecco perché grottesco appare ogni tentativo di transmutare tale forma in altra. Ché, così come l'uomo è tristo e silente senza la donna amata, così il concetto è vacuo e rozzo se privato dalla forma ch'egli chiese in isposa.

domenica 24 agosto 2008

La virtù della modestia

Il modesto: il vanitoso che si vanta d’essere incapace.

Vagolare

Una vita vuotamente spesa,

nell’attesa tra un pasto e l’altro.

Sol vissuta nell’attesa di cibo insapore.

venerdì 22 agosto 2008

Curiosità

Solevano dire i latini: "mens sana in corpore sano".
Va intesa come massima, o come consiglio? O meglio, come viene intesa di solito?
Spero che sia consiglio, perché come massima, se supponiamo che sanità di corpo (e trombetta di culo) e sanità di mente vadano di pari passo, avrebbe più senso se tradotta come "mensa sana, corpo sano" (e questa sì, direi, è una massima ben più universale).
In particolare, penso, ai vari atleti o atletucoli rincitrulliti con livello intellettivo analogo a quello di un clorocebo (con tutto il rispetto per queste piccole e simpatiche scimmie, che, a quanto pare, hanno un sistema di linguaggio evoluto - rispetto agli altri animali, compresi questi atleti - che include un dizionario di almeno una decina di parole; per certi sportivi che vediamo spesso in tivvù mica si può dire lo stesso).
Tuttavia penso non meno, - si può pure, forse, considerarla cosa meno grave, ma certo non irrilevante - ai vari studiosi e studiosetti malmessi. A partire dal tipico secchioncello di periferia, per arrivare a molti dei più grandi geni del passato, notoriamente non sempre esempi di perfetta salute.
C'è un bel libro, a tal proposito (il titolo esatto non lo rammento e in questo momento non posso cercarlo; se vi interessava, pazienza: avete vissuto sinora senza leggerlo, sopravviverete lo stesso), che analizza i problemucci di suddetti grandi, dal punto di vista di salute fisica ma anche mentale (e quindi, lo stesso concetto di "mens sana" si fa più arduo). Tuttavia, se pure l'associazione tra follia e genio è di sicuro fascino mediatico (si pensi, tanto per fare un nome noto, al bellissimo A beautiful mind) non è ovviamente una necessaria relazione. Né tantomeno implica che chiunque si bistratti (o sia matto), diventi un genio.
Tutto questo non certo per fare una predica sulla ricerca del benessere e della salute fisica e spirituale, oltre che alla lucidità mentale, che sarebbe, seppur sostanzialmente giusta, un po' eranovistica e fuori luogo. E neanche mi soffermo sul fatto che il raggiungimento della lucidità mentale sarebbe per molti già di per sé un traguardo ragguardevole, né sul fatto che, alle volte, la volontà è vana e il destino decide le nostre condizioni psico-fisiche o spirituali al posto nostro (penso, ad esempio, all'invalidità di Hawking).
Tuttavia la figura canonica dello studioso ingobbito, con barba incolta e occhialini, probabilmente asmatico (e come stupirsene, a stare tutto il tempo piegato su tomi polverosi e pesanti abbastanza, probabilmente, da spiegare anche la gobba).
Ovvio, è un pregiudizio, nato chissà come e chissà quando.
Neanche c'è da ipotizzare che sia uno spauracchio inventato dai genitori per evitare di avere figli secchioni (in realtà, credo, quasi ogni genitore sarebbe segretamente orgoglioso di avere un figlio secchione - e, ahimè sì, fin troppo spesso si confondono i risultati scolastici con l'intelligenza o addirittura la genialità), strumento di pavento al pari dell'uomo nero.
Ma, come ogni luogo comune, contiene (forse) un pizzico di verità. E, cosa più importante, uno stimolo alla riflessione.
Spesso e volentieri la gente accademicamente valida non esce (o lo fa raramente) dal proprio confortevole guscio. Si pensi, per fare un esempio illustre, a Kant (parafrasando quanto prima, questo non significa che chiunque non esca di casa diventi un novello Kant).
Rispettabilissima scelta, ma, nuovamente, la possiamo vedere come un simbolo, al pari del luogo comune di prima.
In summa, tanto per farla breve, rifletto sull'eccessivo affidamento che spesso si fa su libri o studi come forma di apprendimento. Spesso sembra quasi che la cultura sia vincolata a certi mezzi di diffusione, o meglio veicolata esclusivamente da essi.
Non è che voglia fare una polemica contro i libri (che poi sarebbe inutile, visto che certe considerazioni le faceva già un certo Socrate, di un paio d'anni più anziano di me). Non sarei certo il soggetto più appropriato per ciò, visto che gran parte della mia vita si svolge tra libri et similia: ne leggo quanti riesco, e ne scrivo quanti posso (dico così poiché, invero, ne progetto e abbozzo molti di più di quanti possa poi realizzare).
Tuttavia, non si deve mai fare troppo affidamento sulla forma scritta. E, soprattutto, non si deve fare troppo affidamento sulla forma scritta per l'apprendimento. E, viepiù, per la soddisfazione della curiosità.
E’ assurdo pensare di acquisire sapienza senza sperimentare. La filosofia non si fa sui libri; o, quantomeno, non sui libri dei filosofi. Il sedicente filosofo che passa la vita a bearsi della sua Filosofia, in realtà non è che un imbelle plagiario. Il vero filosofo dovrebbe evitare come la peste i libri “istruttivi”.
Peraltro, al più, coi libri si può apprendere un approccio scientifico; che certo non può che giovare, ma da solo non basta.
Più che altro, non potrà mai soddisfare una genuina curiosità. Che non è di solo raziocinio, né di fantasia. Che, sì, di per sé tutto possono concepire, o almeno intuire. Certo, una mente superba può anche pensare che il suo squisito acume sia tanto grande da poter intendere, con solo queste armi, ciò che i mortali hanno bisogno di sperimentare. In parte è vero, ma oltre certi limiti è un'oscenità (e, badate bene, difficilmente vi capiterà di incontrare un soggetto più superbo di me). Anche perché certe esperienze richiedono un abbandono (consapevole o meno) della lucidità intellettuale, e il completo trasporto sensoriale. Tanto per fare un esempio estremo, (ma i miei lettori intelligenti, ammesso che ve ne siano - di lettori, intendo - non avranno difficoltà a trarre da ciò un principio generale) come si può pensare di intendere uno stato di abbandono mistico (trance, in francese; da non confondersi - qualcuno lo fa - con trans, a cui abbandonarsi potrebbe non essere, per alcuni, la massima ambizione nella vita), con il solo ausilio di un'analisi razionale, ch'è una cosa tanto aliena all'evento in causa? Un po' come cercare di levassi la sete col prosciutto, si dice a Livorno, con la mirabile icasticità che ne contraddistingue la favella, e ne è la più nobile peculiarità.
Certo, si possono snobbare certe esperienze in nome di una pseudo-scienza. I signori che propugnano ciò mai conosceranno Dio, ma se a loro non importa, che importa? Certo, io non sono il più indicato a predicare sulle via per raggiungere il Signore (è un ragazzo simpatico e gentile che molto stimo, ma troppo poco frequento), ma costoro, permettetemelo, non sanno cosa si perdono. Con buona pace dei proseliti di Odifreddi o di Crowley o del Papa. Amen.
Di nuovo, dietro all'esempio esagerato (sono un megalomane, che devo farci), si nasconde un'infinità di esempi più pratici e quotidiani, ma non meno importanti. Passi, cioè, non gustare mistiche esperienze, ma ad altre cose la rinuncia sarebbe una castrazione ben più grave.
Ma i miei lettori intelligenti (che spero non si sentano soli come una particella di sodio in acqua Lete - d'accordo, lo so che questa è un po' triviale.. ma che volete: io sono una creatura nottivaga; sono le otto e mezzo di mattina e sarò al lavoro fino alle venti; un po' di demenza concedetemela, oggi) ben sapranno intenderli senza ch'io debba dilungarmi dell'altro.
Per fortuna Sofia - così la chiamo, sia perché più dolce, sonando come fanciulla, sia perché più opaco, celando perciò la presunzione del nostrano 'sapienza' - è una ninfa di meretricio, e tutti coloro che son disposti a elargire il giusto prezzo, ch'è in termini di virtute d'ingegno e di fantasia, e non di danaro (udite udite, universitari pravi), ella cortesemente ripaga con medesimo guiderdone.
E, tornando a bomba, ricordate, comunque, di mangiar bene. Citando un mio personaggio, che parafrasa confucio: "la cucina di un popolo è la sola esatta testimonianza inoppugnabile della sua civiltà".
Come dicevano, appunto, secoli addietro (ebbene sì, ho un po' l'abitudine di fare salti mortali pindarici): mensa sana, corpo sano.

martedì 19 agosto 2008

Sui fini e sulle eventualità

Dicono molti che un lavoro "intellettuale" sia migliore di uno fisico. Adesso so che talora è vero. Un lavoro "fisico" ti lascia la mente libera di vagare, creare, immaginare, sognare. Cosa affatto orribile, se tutto ciò che brami è che l'intellezione taccia e ti lasci in pace. Ebbene, per ottenere questo non basta forse prostituirla?
Ma, se diversamente accade, un uomo dall'intensa attività spirituale e intellettiva (o, peggio che mai, artistica) non dovrebbe affatto denigrare un lavoro manuale, anzi.
Senza dubbio un qualunque lavoro d'ufficio/redazione/studio ecc. non può che ostacolare tali attività. In particolare, riguardo allo studio e alla brama di conoscenza, mi esprimerò nell'intervento successivo a questo.
Per ora solo un appunto: la più grave tara intellettuale che affligge l'umanità è (mi sembra) la difficoltà nel distinguere mezzi, fini e eventualità. Perciò una precisazione riguardo a quanto suddetto: chi studia non è più intelligente, bensì chi è più intelligente spesso studia. Ma, di solito, non per 'nobili' brame conoscitive, bensì per un fattore di comodità (e prestigio) connesso con gli studi superiori. A pochi interessa mettersi in gioco. Il titolo è più importante della soddisfazione della propria curiosità (o, magari, questa si sazia con poco) o, men che mai, la realizzazione delle proprie voglienze intellettive.
Mi è venuto in mente tutto sto discorso perché, tanto per dire, a me piacerebbe tanto fare il taglialegna. Non l'ho mai fatto, magari se lo facessi me ne pentirei: ma, così "a occhio", mi pare uno dei lavori che meglio mi consentirebbe di sfogare la mia curiosità, arricchire le mie esigenze conoscitive e artistiche, oltre che la mia prestanza fisica.
Ne parlavo l'altra sera con un amico, che lo trovò molto buffo. In ispecie trovò ridicola una tale ambizione, se paragonata alla mia 'sparata' di poco prima quando, per altri motivi, dicevo che una vita finalizzata alla conquista di un premio Nobel è a mio avviso piuttosto triste. Premettendo che ogni ambizione può esser considerata lecita (e lo dico per giustificare chi brama il nobel, non me), e che, per quanto mi riguarda, è più rilevante la capacità di perseguirla, va pur detto che si può intravedere una certa distinzione tra le varie possibili ambizioni, o meglio, due sottoinsiemi di esse, che non mi pare sbagliato definire 'esterne' e 'interne'.
Con 'esterne' definisco quelle che sono rivolte agli altri: ottenere un titolo, un riconoscimento, approvazione, e così via. Con 'interne' definisco quelle che sono rivolte alla propria interiorità (ma guarda un po'...), cioè allo sfogo dei propri desideri più profondi e delle necessità più intime, senza renderne conto agli altri. Non che questo implichi il rifiuto delle forme di riconoscimento di cui sopra. Due tizi possono diventare campioni del mondo in una certa disciplina. Ma se lo scopo del primo è vincere il titolo, mentre lo scopo del secondo è migliorarsi fino ai massimi livelli in cerca della perfezione, v'è una chiara differenza di fini tra i due.
Ribadisco che non è mia intenzione dar giudizi di valore, e l'una e l'altra forma di ambizione possono essere preferite. Il mio gusto personale, tuttavia, mi costringe a dare una netta preferenza... autocitandomi: la virtù nobile è solo quando tace sé stessa.