Questo scritto, partendo da alcune considerazioni sulle peculiarità dell'approccio italiano riguardo ai forestierismi, analizzerà in generale il processo che porta le lingue ad assimilare parole straniere, e sul come questo accada. Si esprimeranno poi alcune considerazioni sulla "legittimità" dell'approccio italiano, sulla sua coerenza e sui suoi vantaggi.
Prima di tutto, chiedo scusa per alcune grafie inesatte di termini stranieri (non ho, in questo momento, a disposizione alcuni caratteri necessari). Nell'indicare la pronuncia di alcune parole, inoltre, ho usato una trascrizione molto rozza, estremamente indicativa, che potrebbe anche condurre a sbagliate interpretazioni. Questo è dovuto sia alla mancanza di simboli suddetta, sia alla non "tecnicità" di quanto scrivo, trattandosi piuttosto di estemporanee riflessioni che di un trattato con una qualsiasi valenza scientifica.
Parlando di forestierismi, e di come ci si rapporti alle parole straniere nelle varie lingue, e principalmente in italiano, vi sono diverse considerazioni da fare.
Com'è noto, generalmente in italiano si tende ad adoperare parole straniere nella loro forma originale, giustificando tale abitudine (laddove richiesto) con le considerazioni piú disparate.
In generale i forestierismi hanno ragioni d'essere diverse, e una riflessione sui prestiti e sui "viaggi" che le parole fanno attraverso le lingue necessariamente prende in considerazione solo parte di essi. Questo brano prende spunto, in particolare, da un'uso dei forestierismi diverso da quello (purtroppo pure piú diffuso) dovuto a quello snobbismo linguistico (che personalmente trovo molto stupido) tipico degli italiani, che infarciscono i discorsi di parole inglesi per sembrare piú
cool, o
young, o quant'altro.
Questa riflessione nasce dalle interessanti considerazioni riguardo a una categoria specifica di forestierismi, come
cognac e
champagne. In tal caso mi è stato fatto notare che è sensato adoperare i nomi originali (cosí come si fa, ad esempio, con i nomi propri). È vero che si potrebbe sostenere che l'uso italiano ha piú senso dell'uso, generalizzato, di adattare le parole alla propria lingua. In fondo, si potrebbe dire, trattandosi di denominazioni specifiche di prodotti stranieri o di regioni straniere, non è persino assurdo italianizzare (o, in genere, adattare)?
Questo discorso ha però dei grossi limiti, dovuti a fattori che interessano tutti i forestierismi. Nel seguito, quindi, non mi limiterò al caso citato, quanto piuttosto divagherò (tendo sempre a divagare, chi mi legge lo sa) sui forestierismi in generale.
Detto questo, posso cominciare la mia argomentazione.
L'uso di forestierismi, qualunque sia la ragione che si adduce per usarli, è in ogni caso problematico. In generale, infatti, un atteggiamento simile richiederebbe ai parlanti il possesso di una cultura linguistica mostruosa. Il costringersi ad adoperare i termini originali costringe infatti chi parla (o scrive) ad acquisire una conoscenza di altre lingue per poter parlare correttamente la propria: dovrà infatti imparare la corretta pronuncia e ortografia delle varie parole, oltre che il loro esatto significato. E se pure è vero che in genere i forestierismi di uso comune ci vengono dall'inglese, dal francese o da poche altre lingue, non è da considerarsi ovvia una tale capacità.
Non sono il peggior sprovveduto in fatto di lingue e linguistica (parlo due lingue nativamente, posso comunicare decentemente in altre tre, e qualche studio di base sulla linguistica e sulla struttura di varie lingue l'ho fatto), eppure ciò non basta nemmeno lontanamente: spesso non sono certo di come un certo termine si debba scrivere o pronunciare correttamente.
Mi domando quanto debba essere difficile per chi non ha un interesse particolare per le lingue. E questo si applica sicuramente a un paese come l'Italia, dove la maggior parte delle persone conosce solo l'italiano (e nemmeno troppo bene), ma anche in paesi con una cultura linguistica molto maggiore come la Finlandia – dove oltre al finlandese la popolazione ha un contatto abbastanza esteso sia con lo svedese (seconda lingua ufficiale, insegnato a scuola), sia con l'inglese (è insegnato a scuola ma, soprattutto, i filmi e i programmi televisivi non sono doppiati).
Cionnonostante non basta, mai. Può sempre spuntare un forestierismo di una lingua sconosciuta, e in conclusione, o non si sa che pesci pigliare, o ce ne freghiamo e si scrive o pronuncia come capita.
E, di là da considerazioni estetiche, il problema principale nell'uso di forestierismi è proprio questo: nessuno ha una conoscenza linguistica talmente vasta da potersi esprimere correttamente in questo modo. Non per nulla dilagano grafie assurde (tanto per rimanere ai francesismi, roba come "
trans" per "
trance" o "
bordeux" per "
bordeaux"), pronuncie ridicole o sbagliate (se in francia
stage lo pronunciamo "steig"[steidz], come moltissimi fanno credendola una parola inglese, chi ci capirebbe? E se lo facessimo in Inghilterra, capirebbero ancora di meno visto che la parola, pronunciata cosí, significa "fase", "tappa" o "palcoscenico", non "tirocinio"), espressioni sciocche (ad esempio "fungo
champignon", che significa "fungo fungo"), e una gran confusione semantica (nei fori, in rete, ad esempio, si è soliti usare
topic, thread e
post invece di corrispondenti parole italiane; il problema è che la stragrande maggioranza degli utenti, a digiuno di inglese, non capisce bene il significato dei termini e li scambia come se fossero la stessa cosa quando hanno significati ben distinti, che a un anglofono sarebbero tanto lampanti quanto per un italiano è ovvio che "argomento" e "intervento", corrispondenti a "
topic" e "
post" rispettivamente, non sono la stessa cosa).
Ritornando al caso dei nomi di prodotti tipici o di regioni (
Champagne è il nome della regione francese in cui viene prodotta la bevanda, che in Italia appunto si chiama Sciampagna), perché mai, estendendo questo ragionamento, non si dovrebbe cominciare a usare le forme originali di Londra, Monaco, Praga, o anche dei paesi, o dei personaggi storici? A me sembra invero piuttosto incoerente dover dire
hamburger (letteralmente amburghese), quando poi diciamo Amburgo invece di Hamburg.
Ma il fatto è che non si può, semplicemente perché nessuno può conoscere tanto approfonditamente cosí tante lingue. E, in conclusione, l'unica soluzione coerente è usare adattamenti locali, senza alcun bisogno di vergognarsene punto.
Una domanda frequente è come mai "cognacco" o "amburghese" suonano ridicoli, mentre "bistecca" (al pari di moltissime parole di origine straniera, da "albicocca" a "canguro", da "noia" a "guado") è comunemente accettato? Nel caso italiano, personalmente ritengo che succeda per il semplice fatto che la maggior parte delle persone ignora l'origine di bistecca, e non si farebbe molto scrupolo a usare l'anglicismo crudo se lo conoscesse. Ma questo non ha molta importanza.
Invero, sul concetto di ridicolo non è che si possa dire molto di sensato, ed è vero che sovente l'unica soluzione è quella di affidarsi al giudizio collettivo di una comunità... il problema è, di quale comunità si parla? Io mi sento parte della comunità italiana quanto di quella ceca o finlandese, e in generale europea. Per questo ho un senso del "ridicolo" profondamente diverso da tutti quelli delle varie comunità specifiche. È sbagliato? Il concetto di ridicolo, per la verità, spesso non è altro che "insolito", o "diverso", e tende a ribaltarsi tra una comunità e un'altra. Trovo che l'umanità, ormai, dovrebbe cominciare a superare queste distinzioni campanilistiche, e rendersi conto che il mondo è talmente straordinariamente vario (e bello), che ciò che è diverso è semplicemente diverso. Il che non significa né brutto né ridicolo. E questo invero è tutto il punto del mio discorso. Si parli come si vuole, ma perché ci si dovrebbe sentir dire che si parla in maniera ridicola se si fa qualcosa di diverso dalla maggioranza? Tra l'altro, appunto, se consideriamo un arco di tempo e di spazio maggiore, la maggioranza del popolo italiano odierno costituisce una minoranza fin troppo insignificante rispetto all'insieme dei vari popoli che hanno abitato e abitano il mondo; ha quindi senso mettersi a stabilire chi ha "ragione" e chi no in questo modo?
In alcuni casi è vero che non ci sono parole italiane adatte a rendere dei concetti che ci provengono dall'estero (ma il piú delle volte questo dipende proprio dal fatto che non si vuole fare lo sforzo di crearli; la società dei cruscanti, di cui potete visitare il
fòro qui , sia per curiosità o dubbi riguardo ai forestierismi sia per quanto riguarda la lingua italiana in genere, ha preparato, ad esempio, una
lista di possibili traducenti per vari termini stranieri, dai piú noti ai piú tecnici). Il piú delle volte, però, ci sono, e proprio per via dello snobbismo di cui si è detto sono ignorate (sia nel senso di non considerate, sia nel senso di non conosciute). "
Marketing", ad esempio, ha l'equivalente italiano "mercatistica" (che però pochi conoscono), cosí come "
sport" in italiano è "diporto" (per la verità il termine inglese "
sport" deriva proprio dalla parola latina che in italiano genera "diporto", attraverso la sua forma francese; in ispagnolo e in portoghese, non per nulla, abbiamo "
deporte" e "
desporto").
Parole ridicole? Dipende dai punti di vista, al solito. Tornando al concetto di maggioranza, sono molti di piú i parlanti di portoghese o spagnolo che italiano, quindi...
Parlando di punti di vista, è molto interessante ribaltare la questione. E invece di considerare le parole straniere infiltratesi in italiano, considerare le parole italiane adottate in altre lingue. Questa riflessione nasce, infatti, quando mi è stato fatto notare che esistono parole italiane rimaste identiche in alcune lingue straniere.
È vero in parte: è vero infatti che esistono parole italiane penetrate in altre lingue. Non è vero, però, che siano rimaste identiche (questo è impossibile e non può, per definizione, accadere in nessuna lingua, come vedremo).
Un esempio è "orchestra", che nelle varie lingue diventa "
orquestra", "
orkesteri", "
orchestr", "
orkestre", "
orkestar", e chi piú ne ha, piú ne metta. Però è vero che ci sono parole, come "maestro" che subiscono flessioni minori e, in effetti, rimangono identiche o quasi.
Per spiegare bene questo, bisogna fare un po' il punto sul
come le parole straniere vengono assimilate dalla lingue. Questo avviene tramite tre fasi.
1) Scelta della parola: bisogna, prima di tutto, verificare se la parola straniera è necessaria, oppure no. Ovvero, se esiste (o può essere creata) una forma autoctona già perfettamente sufficiente a esprimere il concetto, e se si vuole usarla. Le varie lingue possono avere atteggiamenti diversi riguardo a questo aspetto, e in un certo senso si possono individuare risposte piú o meno forti. Una concetto come "
computer", ad esempio, potrebbe essere creato come calco – ne sarebbe un esempio "calcolatore" o "computatore"; fa cosí il ceco con "
pocitac" (letteralmente "calcolatore"), lo spagnolo "
computadora", il portoghese "
computador" –, oppure coniando un nuovo termine apposito – ad esempio "ordinatore", come nel francese "
ordinateur", oppure "macchina dell'informazione", come nel finlandese "
tietokone", da "
tieto" (sapere, informazione) e "
kone" (macchina).
Il piú delle volte esiste una possibilità di esprimere un concetto in maniera autoctona. Il farlo o no dipende piú spesso dall'atteggiamento dei vari popoli. Alcuni popoli introdurranno un forestierismo anche laddove sarebbe facilissimo usare un termine proprio o coniarne uno, come dimostrato dal fatto che lingue dalla struttura molto simile lo hanno adottato. La struttura di una lingua, pertanto, non influenza granché la decisione se coniare un termine a partire da elementi indigeni o adottare un forestierimo. Naturalmente ci sono delle eccezioni. In Cina, ad esempio, da sempre l'infiltrazione dei forestierismi è ridottissima, e si preferisce coniare un nuovo termine a partire da due concetti (o sillabe, visto che il cinese è una lingua monosillabica) preesistenti. Naturalmente questo dipende, in parte, da fattori culturali, ma è sicuramente favorito dal fatto che i cinesi usano gli ideogrammi, e che ogni ideogramma rappresenta un concetto piuttosto che una pronuncia. Il piú delle volte, pertanto, è addirittura impossibile scrivere in cinese un forestierimo. Cosí i cinesi hanno da sempre coniato nuove parole per composizione, cosí per parole antiche ("contraddizione" si dice letteralmente "lancia-scudo", "porto" è "vomita-ingoia"), come per parole moderne ("telefono" è "elettricità-suono", "televisione" è "elettricità-vista").
2) Assimilazione fonetica della parola: laddove si decide di adoperare un forestierismo, una parola viene omologata alla fonotassi della lingua che la accoglie. Questo procedimento accade
sempre, consciamente o inconsciamente. La ragione è molto semplice, e inevitabile. In generale, infatti, il parlante di una lingua è capace di seguire solo la fonotassi della propria lingua materna. Questo comporta che certi suoni debbano inevitabilmente trasformarsi quando i forestierismi penetrano una lingua, fino a seguire una forma naturale per il parlante.
Qualche esempio: in finlandese non si sente la differenza tra consonanti sonore o sorde (si avverte poco o per niente, cioè, la differenza tra "p" e "b", o tra "t" e "d", o tra "k" e "g"). Ed è cosí che "
gold" diventa "
kulta", "
bank" diventa "
pankki".
Questi esempi ci mostrano un'altra peculiarità del finlandese, che è condivisa con l'italiano: la (quasi) impossibilità di avere terminazioni in consonante. È per questo motivo che in italiano abbiamo "zucchero" (cosí come in finlandese abbiamo "
sokeri") a partire dall'arabo "
sukkar", diversamente dalla maggior parte delle altre lingue, che non si pongono problemi a terminare la parola con "r" (es: inglese "
sugar", polacco "
cukier", spagnolo "
azúcar")
Un altro esempio è il giapponese: i giapponesi sono incapaci di pronunciare nessi consonantici complicati, e non hanno la "r" e la "l" bensí un suono unico, solitamente trascritto con "r". E cosí abbiamo "
Itaria-jin" (italiano, dove "
jin" è una particella per indicare la nazionalità; letteralmente significa "persona"), "
hirumu" da "
film" (la trasformazione di "f" iniziale in "h" è un altro fenomeno frequente), "
gurinpisu" da "
greenpeas".
Si noti che questo processo non accade necessariamente per tutte le parole. Non si tratta, infatti, di un conscio desiderio di trasformare una parola. È semplicemente esigenza linguistica, che si manifesta laddove ce n'è bisogno. Possono esistere parole straniere prive di suoni "alieni", nel qual caso sono introdotte tali e quali. "Sauna" è una parola straniera, ma in italiano è rimasta identica in quanto non presenta nessun suono insolito. Allo stesso modo il ballo "tango" resta tale e quale, in quanto si adatta già perfettamente al sistema fonetico italiano (tant'è vero che in italiano "tango" esisteva di già, come coniugazione del verbo tangere o col significato di colore rosso). Questa è la ragione per cui, effettivamente,
alcune parole italiane penetrate in lingue straniere sono rimaste (quasi) identiche. Parole come "maestro", "forte" o "bravo" presentano ben poche difficoltà alle lingue che le adottano (ma non si sa mai: giusto ieri, in una serie televisiva americana, mi ha fatto sorridere il fatto che un uomo di nome Giuseppe veniva chiamato piú o meno
giousepi). In generale, anzi, le parole italiano subiscono poche deformazioni proprio perché il nostro sistema fonetico è molto semplice, e raramente le lingue straniere vi incontrano suoni alieni (solitamente avviene per "gn" e "gl", che infatti sono pronunciati con la "g dura"). Ciò non toglie che vi siano delle alterazioni, fosse anche solo dal punto di vista dell'intonazione o del posizionamento dell'accento tonico.
3) Assimilazione grafica della parola: l'ortografia della parola si trasforma di conseguenza, in base alla pronuncia trasformata. Questo avveniva, in passato, dopo l'assimilazione fonetica, e per questo i prestiti piú antichi rispecchiano maggiormente la pronuncia trasformata, mentre i prestiti moderni, talvolta, introducono eccezioni nel sistema ortografico della lingua. Oggi, infatti, la maggior parte delle parole straniere ci arrivano direttamente tramite forma scritta (per via della maggior alfabetizzazione e, soprattutto, per la diffusione delle reti informatiche). In ogni caso le varie lingue (a parte l'italiano) tendono a rispettare la propria fonetica e la propria ortografia. Abbiamo visto, ad esempio, che i polacchi scrivono "
cukier" per "zucchero", per il fatto che nel loro sistema ortografico "c" si pronuncia piú o meno come la nostra "z" sorda. I sistemi ortografici variano in maniera estremamente complessa da lingua a lingua. Accade cosí, ad esempio, che i giapponesi non solo non abbiano alcun pudore a non pronunciare il nome di Brad Pitt con perfetto accento americano... ma il fatto di adoperare un sistema sillabico fa sí che scrivano esattamente come lo pronunciano: "Buraddo Pitto".
Ma anche con lingue che usano lo stesso alfabeto vi sono profonde diversità. Abbiamo visto che il polacco (e in genere le lingue slave che adoperano l'alfabeto latino) usano "c" per la nostra "z", il tedesco usa "w" per "v" e "v" per "f", molte lingue usano "k" per il nostro suono "c dura". E cosí via.
Cosí in polacco abbiamo "
komputer" e in somalo "
kumbuyuutar", e in genere possiamo trovare il concetto sotto forma di "
kompüter", "
kompjuter", "
kompyuter" e cosí via (non per nulla è assurda l'idea, tutta italiana, che sarebbe ridicolo scrivere compiuter, visto che cosí lo pronunciamo).
Ci sono poi lingue come l'inglese, che, invece, usano un sistema ortografico etimologico (che in un certo senso è anche piú complicato degli ideogrammi cinesi). Ovvero non esiste alcuna associazione tra come una parola viene scritta e come viene pronunciata. È vero, quindi, che in inglese troviamo "orchestra", "maestro", "spaghetti" e chi piú ne ha piú ne metta (anche se alcune parole, nonostante tutto, sono alterate, come "
pepperoni", "
quatro stagioni", o "
maccaroni"). Ciò non significa che tali parole, in inglese, siano rimaste identiche! Anzi, gli inglesi sono probabilmente tra quelli che deformano maggiormente tali parole (sono notoriamente i piú "impediti" nell'apprendere lingue straniere o impararne i suoni).
Detto questo, cos'è che succede in italiano? I primi due passaggi sono fondamentalmente gli stessi, ma vediamoli piú precisamente.
Al punto 1, si ha una netta preferenza a introdurre parole inglesi non solo quando si potrebbero creare facili corrispettivi italiani, ma si tende a sostituire le parole italiane con quelle inglesi anche laddove esistano già parole italiane corrispondenti. Mi è rimasta in mente una pubblicità di una rivista per ragazzine, sentita in tv tanto tempo fa, pressappoco: "il
magazine piú
fashion che parla di tutti i
trend piú
cool. Nel numero di questo mese il
test per scoprire se con il tuo
boy è vero
love", e via cosí... ora, sarebbe pure normale e innocuo se cose del genere fossero limitate a un giornale per "
teen-ager", ma la verità è che anche negli ambienti piú seri ci si esprime allo stesso modo, a partire dal mondo informatico, passando per l'economia, per finire alle quotidianità della vita in azienda. Ad esempio, qualche anno fa ho lavorato in una compagnia assicurativa; in seguito a un "
summit" (pronunciato con la "a", naturalmente, per quanto sia in realtà una parola latina e non inglese), i dirigenti ci avevano comunicato che il nostro ruolo non si doveva piú chiamare "promotore libero", in quanto era diventato "
Junior sales member". Contenti loro...
Come ultima peculiarità, l'italiano ha la caratteristica di adottare pseudo-anglicismi come
footing o
happy end, che non esistono in inglese (rispettivamente
jogging e
happy ending). Questi però sono fraintendimenti (magari anche inconsci) che si possono verificare anche in altre lingue.
Al punto 2, adattiamo le parole alla nostra fonotassi come fanno tutti. Il problema, in questo caso, è che la fonotassi italiana è, in genere, qualcosa di molto diverso dalla fonotassi degli italiani. Per la maggior parte degli italiani, infatti, l'italiano "ufficiale" è una sovrapposizione al proprio dialetto, e la fonotassi nativa è molto diversa tra un torinese, un siciliano, un fiorentino, un romano e un milanese. Mi è stato detto che "non si può" mica italianizzare "
stop", visto che "stoppe" si sente solo in romanesco... beh, nulla di cui sorprendersi. Semplicemente nella fonotassi genuina dei romani pronunciare "
stop" è difficile o impossibile. Non succede solo a Roma. In Toscana è lo stesso, e sono in molti a dire "
stoppe". Cosí come dicono "il compiute". Un mio collega, nella stessa compagnia assicurativa di cui sopra, addirittura regolarizzava il plurale, dicendo "i compiuti" invece che "i
computer(s)".
Ridicole deformazioni provinciali? Ma in realtà l'italiano "ufficiale", che altro non è che l'evoluzione del dialetto fiorentino, presenta esattamente lo stesso fenomeno, ovvero di non terminare le parole in consonante (esclusi alcuni casi particolari). Che bisogno c'è di vergognarsene?
Il punto 2, pertanto, viene applicato. La sola differenza è che non ci se ne rende conto, principalmente per via della scarsa conoscenza dei termini stranieri che si usano. Solitamente infatti, nonostante la pretesa di usare i termini "originali" adoperiamo parole tanto storpiate che un inglese o un americano (o un francese, nel caso dei francesismi) non sarebbe neanche in grado di capirci. E, questa, per quanto mi riguarda, è una delle ragioni principali per cui è negativo adoperare forestierismi, in quanto introduce confusione e grandi difficoltà nell'apprendimento delle lingue straniere. Per esperienza personale, posso dire di avere avuto difficoltà nell'imparare l'inglese, quando mi mi sono trasferito a Londra, anche perché i forestierismi in italiano mi avevano indotto a false conoscenze.
Il punto 3, per l'italiano, è controverso. La stessa pretesa di usare le parole "originali" fa sí che, nonostante l'adattamento fonetico, si cerchi di mantenere la grafia originale. Questo processo è evidente, peraltro, persino in parole italiane con doppia grafia, come obiettivo/obbiettivo e musulmano/mussulmano. In questi casi, le grafie sono entrambe lecite, e una rispecchia maggiormente l'etimologia della parola (obiettivo e musulmano), laddove l'altra rispecchia maggiormente la fonotassi italiana e un'ortografia coerente (obbiettivo, mussulmano). Tuttavia spesso si sente dire, soprattutto nel caso di "mussulmano", che la forma piú italiana è sbagliata (
sic!) e che si può usare solo la grafia piú "etimologica" (peraltro, personalmente trovo che la grafia "musulmano" sia assurda, in quanto se proprio si volesse rispecchiare l'etimologia si dovrebbe scrivere "muslimano"; ma
de gustibus...)
Questo non ha alcun senso. O meglio, non ne ha in italiano. Il nostro sistema ortografico è sostanzialmente fonetico (ovvero a una lettera corrisponde un suono, nonostante le varie eccezioni). In inglese si adopera un'ortografia etimologica, quindi loro "possono" far cosí.
Per noi è assurdo, e basta. Non è che nel caso dell'inglese sia una cosa molto intelligente, in ogni caso...
Capita spesso, nei filmi americani, di vedere che nelle scuole vi sono gare di "
spelling". Personalmente mi ero chiesto spesso che senso avessero. Il fatto è che, quando i filmi in oggetto sono doppiati, non si riesce proprio a capire cosa ci sia di miracoloso quando i ragazzi interpellati riescono a dire correttamente che "muscolo" si scrive "m-u-s-c-o-l-o". Insomma, basta sapere leggere e scrivere, no?
Se però si ascolta l'originale in inglese, ci si rende conto che, in effetti, non è mica ovvio che "massol" (si pronuncia piú o meno cosí) si debba scrivere "m-u-s-c-l-e". Forse neanche cosí, per noi italiani, sembra difficile. In fondo, noi sappiamo come si scrive "muscolo", e in generale non abbiamo difficoltà nello scrivere le parole italiane (proprio perché abbiamo un'ortografia di tipo fonetico), e il vocabolario inglese è composto per circa 2/3 da parole latine, quindi con la stessa origine. Ma un anglofono – o, peggio ancora, per un parlante di lingue non latine che studia l'inglese come lingua straniera –, che in genere non conosce l'italiano o il latino, come si spiega il fatto che scrivendo una parola che si pronuncia "massol", dopo la M (questa è ovvia) deve scrivere una "u" (è vero che la "u" in inglese a volta si pronuncia "a", ma non sempre, e quella "a" potrebbe essere resa con altre lettere)? E che dopo la S (anche quella è ovvia), dev'esserci una C (che non c'è proprio nella pronuncia)? E che ci vuole una "e" finale?
Non se lo spiega, deve impararlo e basta. Per questo nelle scuole anglofone ci sono le gare di "
spelling", ché non è nulla di ovvio né logico. E per questo, quando vivevo a Londra, spesso i miei conoscenti di madrelingua inglese venivano a chiedere a me come si scrivesse una certa parola (persino nei primi tempi, quando parlavo talmente male l'inglese da essere messo in crisi quando un mio coinquilino mi chiese "come va?")
Un sistema del genere presenta molti svantaggi, e nessun vantaggio. Insomma, gli americani saranno pure ganzi quanto vogliamo (anche qui,
de gustibus...), ma ci conviene davvero darci la zappa sui piedi e scimiottare la loro ortografia astrusa piuttosto che tenerci la nostra, che è tanto semplice e (fondamentalmente) precisa? Che male ci ha fatto?